Imparare: acquistare cognizione di qualche cosa, o fare propria una serie di cognizioni (relative a un’arte, a una scienza, a un’attività, ecc.), per mezzo dello studio, dell’esercizio, dell’osservazione, della pratica, attraverso l’esempio altrui.
Questa bellissima parola è talmente semplice (qui sopra spiegata dalla Treccani) che non dovrebbe lasciare adito a nessun tipo di fraintendimento, alla pari di concetti quali – l’acqua è bagnata, il cielo è blu ecc ecc -, ma come spesso succede l’uomo tende a complicarsi la vita, abbandona la ricerca della semplicità funzionale, per ergersi a conoscitore qualunquista di un argomento.
Detto questo, focalizziamoci su un enorme problema che rallenta ed imbruttisce il processo di apprendimento, il bello di essere allievi, di non aver pensieri: pensare dopo poco tempo di pratica, di avere maggior conoscenze e competenze dell’insegnante.
Per essere più breve possibile lo dividerò in punti.
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Il Jiu Jitsu è fondato sulle basi, su una serie di principi e posizioni che devono essere assimilate in anni di pratica in maniera eccellente, per poter in futuro, dare un evoluzione al proprio gioco in base ad età, fisicità e carattere. Per questo saltare le tappe è sbagliato.
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Togliere il futile da certi movimenti non solo li rende efficaci, ma preserva chi le esegue e chi li subisce da infortuni ed incidenti.
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Insegnare è un’arte, bisogna dedicare tempo e studio per farlo. Non tutti gli allievi sono uguali ed ognuno necessità di correzioni personali, di accorgimenti per esprimere gli stessi principi attraverso movimenti differenti.
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Umiltà. Punto. Non ci sono molte cose da spiegare, tranne che se uno è insegnante e l’altro allievo, l’allievo deve ascoltare e mettere in pratica ciò che gli viene detto. Anche se è campione del mondo, perchè se lo è vuol dire che qualcuno gli ha insegnato tanto. E deve dire grazie.
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Non prendere iniziative che non hanno un nesso logico con il presente.
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Le scuse su ogni errore commesso in allenamento, il “sono stanco”, il “ho avuto una giornata duro a lavoro, famiglia ecc ecc”, il “ ho male qui o qua”, il lamento continuo, sono le cose che più non sopporto. L’autocommiserazione è complice del fallimento.
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Essere realisti non fa mai male. Ognuno ha il suo percorso, a cui dovrebbe ambire al massimo con la serenità della mente e dell’anima, senza rendere conto a nessuno. E sopratutto senza raccontarsi palle.
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Ci sono due ruoli ben distinti: l’insegnante e l’allievo. Non serve aggiungere altro.
Il tatami è un luogo sacro dove le parole dovrebbero essere una parte totalmente accessoria. Bisogna mettere nell’elenco obiettivi anche questo.
Francesco Gardini
Gli articoli che scrivo sono frutto delle mie emozioni e spesso delle letture a cui mi appassiono. Non mancheranno quindi pensieri di scrittori che adoro come Trabucchi, Thoreau, Pasolini, Saramago, Zola, Marco Aurelio.

